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Road To Eytc & Etc 2018 – Anno 2016: Europei di Jičín

12/07/2018

Jicin 5

Ultima tappa del nostro percorso nella storia della nazionale Italiana di Tchoukball. I ricordi di Jičín di Andrea Volontè, Claudia Alessio e Margherita Spagli sono vividi ed ancora pieni delle emozioni provate poco meno di due anni fa: è la nuova generazione di Tchoukers a parlare, quella che ha appena provato l’emozione di indossare la maglia azzurra e che la riproverà quest’estate, a Castellanza.

Raccontaci in breve l’evento: quali erano le squadre più temute e quelle con cui non vedevi l’ora di giocare, quale era l’obiettivo della rappresentativa italiana e quale il tuo obiettivo personale.

Andrea Volontè:
Parto col dire che non vedevo l’ora di giocare l’europeo di Jicin, non avendo avuto la possibilità di giocare l’edizione precedente. Sono arrivato carico e pronto per affrontare questa nuova esperienza. Le aspettative erano alte, come giusto che sia, e volevamo vincere. L’europeo è stato sempre un “tabù” per la nazionale italiana e gli allenatori avevano messo in chiaro che l’obiettivo era non solo la vittoria del titolo, ma anche dimostrare la “bellezza” e lo sviluppo di tutto il tchoukball italiano. Per quanto riguarda i miei obiettivi, avevo grandi aspettative, ma quando cominciano queste esperienze tendo sempre a considerarmi l’ultimo arrivato, l’“underdog”, quello che deve fare molto più lavoro per raggiungere il livello degli altri. Partivo dalla panchina e questo mi ha aiutato molto, dandomi la grinta necessaria per il primo dei miei obiettivi: cominciare la partita tra i titolari. Il secondo obiettivo personale era di riuscire a trovare continuità nel mio gioco, mantenendo un livello di affidabilità costante, ovvero essere incisivo sia in attacco che in difesa facendo in modo che i miei compagni potessero fidarsi a dare la palla nelle mie mani.

Claudia Alessio:
Essendo la mia prima esperienza non vedevo l’ora di giocare e basta, con chiunque. Più squadre ci sarebbero state meglio era. Ovviamente le sfide più attese erano quelle con l’Inghilterra, con cui storicamente si sono sempre giocate partite punto a punto, e l’imbattibile Svizzera. Partite che infatti non hanno disatteso le aspettative e penso siano state tra le migliori di tutto il torneo. Essendo l’Italia eravamo tutte consapevoli e convinte di dover e poter puntare alla vittoria. Penso che nessuna di noi si sarebbe accontentata di una posizione inferiore. A livello personale c’era in più la volontà di dare il massimo, da un lato per ripagare la fiducia per la convocazione e dall’altro per vivere al meglio un’esperienza davvero unica, e fortunatamente posso dire che alla fine così è stato.

Margherita Spagli:
L’ETC 2016 è stato il primo torneo Europeo al quale ho partecipato come convocata ufficiale della Nazionale Italiana Femminile. Prima di quell’evento partecipai al Nations Cup a Ginevra, dove ho visto e giocato per la prima volta in assoluto con le altre realtà sportive nazionali. Sia in allenamento, che nella preparazione per l’ETC gli allenatori e le mie compagne, con già varie esperienze in Nazionale, subito mi avevano presentato la Nazionale Svizzera come la prima tra le più forti e quella che andava temuta maggiormente tra tutte le altre nazionali femminili. Subito dopo veniva l’Inghilterra: per quanto si era visto a Ginevra, era un punto interrogativo, una squadra non ancora ben definita per essere giudicata, direi a momenti altalenante per i risultati che otteneva, ma proprio nell’evento internazionale si è dimostrata molto al di sopra delle aspettative che avevamo nei loro confronti. Un altro nome tra le altre nazionali da non sottovalutare era la Nazionale Tedesca che però non ha partecipato all’ETC in quell’anno. Il mio obbiettivo personale, essendo stata la mia prima convocazione ufficiale, era solamente dare il meglio di me stessa, avere fiducia dalle altre compagne e dai miei allenatori e poter contribuire nel modo migliore al risultato che la squadra voleva ottenere. Essendo anche noi una nazionale temuta dalle altre, l’obbiettivo della squadra e quello chiestoci dagli allenatori era quello di rientrare nel podio, possibilmente al primo posto.

Quale è stata la strada che ha portato alla tua convocazione?

Claudia Alessio:
Ho iniziato a partecipare agli allenamenti della nazionale prima degli europei del 2014, approfittando dell’apertura delle convocazioni a tutte le ragazze del campionato. Ai tempi l’ambiente nazionale mi era un po’ sconosciuto, la mia conoscenza del mondo Tchoukball era pressoché limitata al club e al campionato. Quello che mi ha colpito di più è stato lo scoprire  un modo completamente diverso di vivere la realtà del nostro gioco, soprattutto come movimento, come ambiente e come atmosfera. Un movimento che sapeva, e sa, unire un livello di gioco elevato e una serietà sportiva con tutti quegli elementi di condivisione che caratterizzano il Tchoukball. La mancata convocazione agli europei del 2014 non è stata una sorpresa, ma la volontà di continuare a far parte di quel mondo e quel gruppo, e la sfida personale di migliorarmi per poter continuare a giocare a quei livelli, mi hanno spinto a dare il massimo per gli appuntamenti successivi.

Margherita Spagli:
La strada che ha portato alla mia convocazione è stata in salita e piuttosto complicata. Ero una delle poche giocatrici di serie B, probabilmente la meno conosciuta e quella un po’ più “isolata” dalla realtà lombarda da dove quasi tutte le ragazze venivano e che permetteva loro di conoscersi grazie alla vicinanza che le accomunava e al giocare da anni nella massima serie. Le altre ragazze “distanti” dal nucleo del TB italiano erano le ferraresi, che comunque erano giocatrici di serie A e con già una bella esperienza nell’ambito della Nazionale. Quindi per me inizialmente è stato un po’ problematico entrare nel gruppo delle ragazze, ero molto timida e spesso i concetti che per loro erano automatici per me erano una novità. In secondo luogo, stavo “competendo” con ragazze con un’esperienza molto più ampia della mia. Quindi per me è stata proprio una sfida contro me stessa. Una novizia che viveva in una realtà di tchoukball nuova e giovane doveva dimostrare di avere quelle capacità/qualità tali da rientrare nella convocazione. Con questo presupposto, prendevo come tesoro ogni correzione e consiglio di miglioramento da parte degli allenatori e delle altre ragazze in modo da poterci lavorare tanto nella mia società insieme ai miei compagni. Con tanto impegno e dedizione non ho mai saltato un allenamento, cercando di arrivarci sempre con quel qualcosa in più che prima mi mancava o che non avevo reso un mio punto di forza fino a quel momento.

Andrea Volontè:
La strada che ha portato alla mia convocazione all’europeo ha avuto inizio molto prima di quest’ultimo evento, cioè quando ho deciso che volevo essere presente e che mi sarei impegnato al massimo per raggiungere tale obiettivo. Poi fortunatamente non ho avuto né infortuni né ostacoli particolari durante gli allenamenti che minassero la mia volontà. Quando è arrivata la convocazione ho gioito come la prima volta nel 2011.

Jicin 1Come era il rapporto con gli allenatori e con i ragazzi che hanno condiviso con te l’esperienza durante la preparazione per l’evento?

Margherita Spagli:
Il rapporto con gli allenatori si limitava ad essere un rapporto “atleta-allenatore”. Li avevo visti e conosciuti per la prima volta solo tramite le convocazioni agli allenamenti. Quindi, da sportiva che sono sempre stata, li ho sempre ritenute figure a cui dovevo rispetto prendendo ogni suggerimento come spunto di miglioramento su cui lavorare a livello di gioco per il mio progresso personale sportivo. Tutte le persone attorno alla preparazione dell’evento che ho avuto il piacere di conoscere erano piacevoli, persone da cui potevo imparare tanto per aprire le mie prospettive verso modi di vivere e di pensare diversi dai miei. Sono sempre stata una persona solare ed estroversa, ogni nuova conoscenza per me è e sempre sarà una fonte di arricchimento morale e personale.

Andrea Volontè:
Gli allenamenti sono stati intensi, cercavo di imparare più cose possibili dai miei compagni, soprattutto dalle persone che non vedevo spesso, con le quali poi ho legato molto. Parallelamente cercavo di portare avanti i miei obiettivi.  Il clima era sereno e provavamo tanto orgoglio per quello che rappresentavamo. In generale durante questo tipo di allenamenti, si mette da parte la competizione tra club e ci si dimentica degli screzi che sorgono durante le giornate di campionato (come giusto che sia) per far fronte all’unico obiettivo comune: la vittoria agli europei. Con gli allenatori non ho mai avuto problemi. Avevano idee chiare sullo stile di gioco voluto e ho cercato di immedesimarmi con le richieste che mi proponevano. Ricordo che l’allenatore della nazionale Andrea Fergnani riponeva grande fiducia in me e mi spronava affinché diventassi un’ala sinistra capace di prendere il tiro, quando necessario, oltre che un buon Assist Man.

Claudia Alessio:
Due anni per creare un gruppo ben affiatato dentro e fuori dal campo sembrano tanti, ma in realtà le vere occasioni in cui fare gruppo non sono poi così tante. La squadra del 2016 era gran parte quella che già aveva partecipato agli europei del 2014, un gruppo già formato, forte e ben affiatato. Un po’ di timore iniziale per riuscire ad inserirsi al meglio c’era, ma proprio per questo devo ringraziare le mie compagne di squadra che mi hanno fatto sentire sempre e fin da subito parte integrante del gruppo.  Se la sintonia in campo la si può allenare quella fuori è più difficile da creare, ma per fortuna posso dire che tra di noi si è creata fin da subito un’intesa  naturale.
Quando parlo di squadra ovviamente rientrano anche gli allenatori, Manu e Ario. Ci tenevo a fare un ringraziamento particolare a loro perché alla fine è soprattutto grazie a loro che ho avuto la possibilità di prender parte ad un’esperienza del genere. Non solo l’europeo in sé, ma anche tutto il lavoro e il percorso che ha preceduto l’evento. E poi in fin dei conti bisogna ammetterlo noi donne non siamo facili da gestire e allenare, un grosso grazie a loro.

Quale è stata la partita che ti è rimasta in assoluto più impressa? Raccontacela!

Andrea Volontè:
La partita che mi è rimasta più impressa di quell’europeo è stata la partita di girone giocata e vinta con la Germania. Sono partito da titolare e ho interpretato la partita come volevo io. Ammetto che anche la fortuna mi ha aiutato in qualche occasione. Ricordo di essere uscito dal campo stanco e soddisfatto per la mia prestazione e per quella di tutta la squadra, che in più di un’occasione ha dimostrato di poter veramente contendere il trono ai campioni in carica, gli austriaci. Siamo partiti subito convinti e abbiamo resistito ai loro ripetuti attacchi, riuscendo ad impostare un “bel gioco”.

Claudia Alessio:
Sicuramente la semifinale con la Svizzera. La tensione e l’attesa era tanta fin dalla sera prima. Ci siamo ritrovate tutte insieme per condividere le sensazioni e cercare di stemperare l’ansia, ma penso che nessuna di noi abbia dormito bene quella notte. La mattina in campo, fin dal riscaldamento, si respirava un misto tra adrenalina e paura. Venivamo da una sfida nel girone tiratissima che avevamo perso di 2 punti, ma avevamo terminato la partita con la consapevolezza di potercela rigiocare al meglio e poter vincere. La posta in palio era altissima, da una parte l’appuntamento con la storia, se avessimo vinto non solo saremmo state in finale ma avremmo battuto per la prima volta la corrazzata svizzera, dall’altra parte però se avessimo perso non saremmo arrivate nemmeno in finale, ma ci saremmo dovute accontentare di un terzo o addirittura un quarto posto, decisamente al di sotto delle nostre aspettative.
La partita è stata caratterizzata da un grande equilibrio fin dall’inizio. Tra le due squadre c’era grande rispetto e consapevolezza del livello di gioco reciproco. Verso la fine dell’terzo tempo abbiamo subito un parziale di qualche punto, per la prima volta eravamo sotto. Spesso essere in svantaggio con la Svizzera, se pur di pochi punti, significa soccombere, ma con tutta la forza e determinazione siamo riuscite a resistere e acciuffare il pareggio. Supplementari. I supplementari nel Tchoukball penso siano la cosa più crudele del mondo, 5 minuti che sembrano 30 secondi, non hai tempo di riorganizzare le idee e riprendere le forze, devi partire subito a mille o sei spacciato. E sfortunatamente per noi loro hanno ingranato prima.
Quando perdi una partita così importante, ai supplementari, ti crolla tutto addosso, ti senti emotivamente svuotata e ti frullano in testa mille domande a cui cerchi disperatamente di dare risposta. Ti chiedi cosa avresti potuto fare diversamente, se hai davvero dato tutto te stesso, com’è possibile aver perso ancora nonostante tutto l’impegno che ci hai messo?
Alla fine quando riprendi a respirare normalmente ti rimane il dispiacere di non aver vinto, ma tutto il piacere e l’orgoglio di aver fatto parte di una partita epica che difficilmente scorderai.

Margherita Spagli:
La partita che mi è rimasta più impressa è stata sicuramente la Semifinale con la Svizzera. Quelle ragazze mi hanno insegnato in campo “il rispetto” che la Carta del TB cerca di trasmettere ad ogni giocatore. Le vedo sempre con ammirazione e stima. Sono delle atlete molto dedite al loro sport e hanno quella grinta intrinseca del loro buon agonismo che non si vede molto in giro. Quella partita, sia che fossi stata in campo o in panchina, mi rendeva partecipe di ogni azione e momento importante. Mentre giocavo, mi tremavano le gambe dall’emozione, la tensione era alta e ogni errore poteva costare la vittoria della partita. Talmente era equilibrato il risultato, punto punto ed errore dopo errore, si arrivò ai tempi supplementari perché la partita finì in pareggio. Infine perdemmo con un distacco finale di 4 punti, se non vado errata. A fine partita alcune di noi, inclusa me,  piangevano per il dispiacere della sconfitta. Le ragazze della Nazionale Svizzera ci vennero ad abbracciare, ringraziandoci per la bella partita, dicendo che per loro era stato come giocare la finale. Questo è il rapporto che si è instaurato con quelle ragazze, il nostro ed il loro saluto ad ogni incontro include un’amichevole “ci vediamo in finale” perché entrambe non vediamo l’ora di giocare le une con le altre per misurare il proprio miglioramento di squadra ogni anno.

Jicin 4Ti ricordi un aneddoto divertente di quell’europeo?

Claudia Alessio:
Una delle cose più belle di quell’europeo è stato sicuramente il ritiro che lo ha preceduto. Condividere quei giorni anche con la nazionale maschile, allenandosi, mangiando e dormendo insieme in un campeggio appena fuori Jicin ci ha aiutato ad entrare in clima europeo e a creare ancora di più un bel gruppo. Trovarsi la sera a cucinare e mangiare tutti insieme dava davvero l’impressione  di essere a “Casa Italia” come si vede negli altri sport durante un evento internazionale così importante. E proprio durante l’ultimo giorno del ritiro una delle cose più divertenti è stato, insieme alle ragazze, scrivere un canzone sulle note di “Andiamo a Comandare” di Rovazzi che abbiamo dedicato alla nazionale maschile. Scriverla tutte insieme è stato divertente quasi quanto poi cantarla in piazza davanti ai ragazzi. Deve esserci da qualche parte anche un video imbarazzante della nostra performance, ma ne è valsa la pena.

Margherita Spagli:
Mi è rimasto impresso il “Tchoukball di fuoco” che l’organizzazione Ceca dell’evento aveva messo nel programma per i giocatori dopo la lunga giornata di partite. Arrivammo in quell’Acqua Park intorno alle 19/19.30 (quando gli scivoli e le piscine erano ormai già chiusi). C’era un banco apposito per la vendita del cibo e delle birre, un campo da beach volley, un pingpong, il calcio balilla, etc. La mia adrenalina in quei giorni era alle stelle, mi sentivo stanca solo nel momento in cui toccavo il letto perché per me ogni cosa era nuova, da vivere e da provare con tutti quelli che avevano voglia di fare qualcosa in più che a casa non avrebbero mai potuto fare. Dopo aver mangiato qualcosa, chiesi il pallone da beach volley, chiamai giocatori e giocatrici di ogni nazionale e ci siamo messi a giocare a Pallavolo nel campo con la sabbia per più di 2 ore consecutive, finché non venne buio. In quel campo ho avuto il piacere di stringere delle conoscenze con le quali oggi ho un rapporto di amicizia reciproca. Per me è stata una delle giornate più divertenti che abbia mai vissuto. Unica. E’ difficile descrivere cosa ho provato quel giorno. Verso le 22 iniziò il “Tchoukball di Fuoco”. Quel gioco di chiusura della giornata consisteva nell’aver creato un mini campo da gioco (con 2 pannelli e righe perimetrali fatte fisicamente dal pubblico) con la particolarità di avere le aree proibite delimitate da un olio od un combustibile non pericoloso il quale, con una piccola scintilla, alimentava delle “fiamme” alte 10 cm! Iniziarono a giocare gli uomini e poi provai anche io insieme ad una ragazza della nazionale Spagnola per qualche minuto. Sembrava di essere intorno al falò in una spiaggia tutti insieme.

Andrea Volontè:
Mi ricordo due aneddoti divertenti:
Il primo è stato durante un allenamento di rifinitura nella palestra di Jicìn, stavamo provando schemi di gioco che chiamavamo con nomi di cibi o città. John doveva chiamare lo schema e confuso dal fatto che non voleva dire un cibo con la r (per non essere frainteso, data la sua r moscia), né in inglese (per non fare capire lo schema alle altre formazioni), grida un sonoro: SUGARRRRRR! Inutile dire che siamo scoppiati a ridere tutti.
Il secondo aneddoto riguarda il mio attuale coach della nazionale Fabrizio Caprani. Stavamo giocando con la Spagna e Izio non era ancora riuscito a fare il primo punto del torneo, soprattutto per via dello stile di gioco, che lo costringeva a star lontano dal pannello. Decise quindi di provare un 90 da sinistra. La palla non si abbassò mai definitivamente, viaggiando ad una buona velocità e sfiorando il terreno di gioco. Venne fermata con una rapida e agile mossa dal centrale di centro della formazione spagnola, Julio Juste Florido, che, piegando solo il busto, si chinò in una frazione di secondo e difese un pallone molto difficile. Izio riuscirà poi a fare più di un punto durante il torneo in occasioni ben più importanti, tuttavia ricordo che mi aveva molto divertito l’episodio.
Perdonatemi John e Izio, non potevo non condividere questi episodi!

Cosa ha significato per te far parte della nazionale italiana? Cosa credi ti abbia lasciato questa esperienza?

Margherita Spagli:
E’ un onore essere tra i giocatori più forti di ogni Nazione, porta sempre una grande emozione vestire la maglia della nazionale. E’ un sogno che si realizza ogni volta. E’ un riconoscimento molto grande per l’impegno che hai messo in qualcosa in cui credi. Per me è fondamentale imparare sempre e di più in modi diversi da quelli che conoscevo prima di quel momento. E’ qualcosa che ha alimentato la mia passione. Mi ha fatto vivere delle esperienze nuove che mi hanno portata a conoscere persone meravigliose che non avrei probabilmente mai avuto il modo di incontrare altrimenti. Questa esperienza mi ha fatta crescere come persona, oltre che come giocatrice, mi ha fatto capire ancor di più il valore delle parole “non mollare mai”. Mi ha fatta relazionare con culture nuove e assolutamente stupefacenti. Ha aumentato in me la voglia di viaggiare e di conoscere il mondo in ogni sua parte. Questa esperienza mi ha dato modo di conoscere anche di più me stessa. Far parte della Nazionale mi ha arricchita sotto tutti i punti di vista.

Andrea Volontè:
Far parte della nazionale italiana è motivo d’orgoglio. Anche se il nostro è uno sport minore, rappresentiamo il movimento italiano e la nostra nazione nel mondo. Avere questo privilegio mi dà grinta e voglia di lottare per i nostri colori. L’esperienza dell’europeo passato mi ha donato la voglia di migliorarmi ancora, mi ha fatto conoscere meglio tante persone e amici che condividono con me questa passione, tanto agonismo e soprattutto divertimento.

Claudia Alessio:
Essere parte della nazionale italiana è sicuramente motivo di orgoglio, ma anche e soprattutto una sorta di responsabilità per rappresentare il nostro paese in una manifestazione internazionale. Credo che la responsabilità sia ancora più grande in uno sport minore come il nostro perché non siamo solo rappresentanti di una nazione, ma siamo rappresentanti di tutto un movimento. Vedere le tre nazionali italiane trionfare al torneo di Ginevra quest’ anno penso sia stato un motivo di grande orgoglio soprattutto perché testimonia quanto  stia lavorando e stia crescendo tutto il movimento Tchoukball Italia. A livello personale questa esperienza mi ha fatto capire una volta di più quanto sia bello praticare uno sport di squadra. Fare parte di un gruppo ti permette di vivere ogni istante in modo unico, ti da la possibilità di condividere i momenti tristi e difficili sapendo di poter contare sul supporto di altre persone e allo stesso tempo di amplificare tutte le gioie e i momenti divertenti. Alla fine quello che contano sono i ricordi che ci restano. Se ripensando a  quell’europeo per rispondere a questa intervista mi vengono in mente per lo più ricordi positivi, allora posso ritenermi soddisfatta.

Jicin 2Quale parola useresti per descrivere la tua esperienza e perché?

Andrea Volontè:
Passione: perché fino all’ultimo abbiamo giocato per vincere e abbiamo messo in campo tutta la nostra passione, che è poi quella che mi fa muovere fuori dal campo nel creare e appoggiare progetti di divulgazione per questo sport.

C’è un giocatore di un’altra nazionale con cui hai particolarmente legato?

Claudia Alessio:
Una delle cose che da sempre mi ha colpito molto degli eventi internazionali di Tchoukball è la sintonia che si crea quasi naturalmente tra tutti i partecipanti di tutte le nazioni, e anche all’europeo è stato così. Oltre alla nazionale svizzera con cui abbiamo stretto un bel rapporto e con cui abbiamo anche scambiato le maglie, menzione particolare la dedico alla nazionale spagnola, femminile e maschile. Entrambe le nazionali erano alle prime armi per quanto riguarda il gioco ed erano nettamente più “scarse” delle altre, ma nonostante questo avevano  una simpatia e una volontà di vivere al meglio l’evento davvero coinvolgente. !Hola España!

Margherita Spagli:
In quell’evento ho avuto modo di creare un legame d’amicizia con Michal Matejovsky, ora ex giocatore della Nazionale Ceca. Era uno degli organizzatori dell’evento, quindi sempre attivamente partecipe e disponibile per ogni cosa o problema. E’ una persona meravigliosa, di quelle che non incontri tutti i giorni. Vive ogni giorno con il sorriso in faccia e riesce a trasmettertelo senza impegnarsi tanto. E’ una persona amichevole, solare, divertente, di tante parole sempre atte a vederti felice e soddisfatto di quel che stai facendo. Questa persona mi ha fatto capire davvero i valori che la Carta del Tchoukball vuole trasmettere.

Sei soddisfatto del tuo lavoro e del risultato della tua squadra, soprattutto nelle fasi finali?

Andrea Volontè:
Sì, sono molto soddisfatto del mio lavoro e del risultato della mia squadra, anche se ammetto che vincere il titolo mi avrebbe reso più felice. Motivo per impegnarmi ancora di più e cercare di portare a casa la vittoria nella prossima edizione!

Claudia Alessio:
Quando si punta alla vittoria e questa non arriva è difficile ritenersi soddisfatti. E’ chiaro che il terzo posto ci va molto stretto. Analizzando però il nostro percorso in modo più approfondito alla fine abbiamo perso ai supplementari  con la squadra più forte, una sola sconfitta che ci è costata molto, ma che in fin dei conti ci può stare. Si può e si deve sempre migliorare, ma alla fine penso di potermi ritenere soddisfatta del lavoro svolto dalla squadra  in preparazione agli europei, siamo arrivate pronte all’appuntamento, ci è mancato solo quel qualcosina che ci ha impedito di compiere l’ultimo passo  e ci ha costretto a fermarci al gradino più basso del podio. Speriamo di riuscire a fare quell’ultimo salto di qualità quest’anno, chissà che il giocare in casa ci dia la spinta necessaria.

Margherita Spagli:
Come atleta che sono e sono sempre stata non sono mai completamente soddisfatta di me, anzi, sono molto auotocritica poiché questo atteggiamento mi ha sempre portata e spinta a superare i miei limiti per poi averne dei nuovi. L’obiettivo di squadra purtroppo non fu raggiunto, sognavamo il primo posto ed alla fine il risultato è stato un terzo posto per l’imprevista vittoria dell’Inghilterra sulle Svizzere, che ci ha portate a giocare con le Svizzere in semifinale e non in finale. Sono convinta che quella sconfitta ha fatto crescere ognuna di noi, ci ha portate a credere di più in noi stesse e nelle potenzialità di squadra volte al fine di un obbiettivo comune: vincere e dare sempre il meglio di sé senza mollare mai.

Jicin 3Quale pensi fosse (o sia) lo scopo della nazionale in uno sport minore come il Tchoukball?

Claudia Alessio:
Credo che ultimamente si sia creata una visione negativa della nazionale come nemico della genuinità e dei valori fondamentali del tchoukball a favore dell’assoluta importanza del risultato e della vittoria. Mi sembra ci sia una confusione tra chi pensa che dare importanza alla nazionale voglia dire dare importanza solo al gioco a livello tecnico e alla vittoria mettendo in secondo piano tutto quel valore aggiunto che va al di fuori del campo e che rappresenta il fulcro del nostro sport. Penso che questa visione sia assolutamente sbagliata e anzi credo che la nazionale sia il luogo perfetto dove poter vivere al meglio il mondo Tchoukball nel senso più completo del termine, in quanto riesce a unire la parte emotiva e di condivisione con la parte di serietà sportiva e di competizione essenziale in qualsiasi sport.  Il potere che ha la nazionale nell’invogliare, attirare e spronare, non solo a giocare meglio a livello tecnico ma anche e soprattutto a vivere al meglio il mondo del Tchoukball penso sia uno strumento troppo importante di cui il nostro sport non può fare a meno. Come già detto prima, quando si fa parte della nazionale non si ha solo la responsabilità di fare bene a livello di risultato, ma soprattutto si ha la responsabilità di essere portavoce di tutto un movimento a livello internazionale.

Margherita Spagli:
Lo scopo della Nazionale, che sia per uno sport minore o meno, ha sempre avuto il compito di ispirare le nuove generazioni ad un miglioramento personale/tecnico tanto grande per rientrare nella selezione dei migliori giocatori che rappresenteranno il proprio sport al di fuori della propria Nazione. Quindi anche per il Tchoukball vale in primis questo discorso: la Nazionale è il coronamento del sogno di realizzazione per tutti gli atleti che aspirano a diventare i più forti della propria regione o di essere tra i 12 giocatori più forti della propria nazione. Serve ad allargare la competizione nazionale a livello mondiale, creando nuove opportunità di crescita e di miglioramento. Dopo questo primo “senso”, secondo me lo scopo della Nazionale per uno sport minore come il Tchoukball (che comporta allenamenti/raggruppamenti dei migliori giocatori/giocatrici di questo sport) è anche quello di trasmettere ed insegnare sempre cose nuove ad ogni giocatore, in modo che questo riesca a portare le proprie nuove conoscenze all’interno del proprio club, per portare anch’esso ad una crescita sia a livello tecnico che sportivo.

Andrea Volontè:
La nazionale per come l’ho vissuta e la vivo io non è solo un punto di arrivo a cui i nuovi giocatori devono tendere, ma soprattutto un punto partenza per far crescere il Tchoukball e per far appassionare le nuove leve al suo spirito.
Penso che tutti i giocatori della nazionale condividano un interesse comune: la passione per questo sport. Tutti dovrebbero essere consapevoli della responsabilità che si ha nei riguardi della diffusione. Così come c’è entusiasmo in campo, con uno spirito competitivo sano, ci deve essere entusiasmo nella diffusione di questo sport. Per questo penso che tutti noi giocatori, nel nostro piccolo, dobbiamo fare qualcosa per far si che questo sport venga riconosciuto con la stessa grinta che ci spinge ad arrivare su un pallone già dato per caduto e che, invece, riusciamo a salvare.

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